PROTEZIONE SPERIMENTATA DALLE VITTIME DELLA TRATTA
Sr. Marvi, Francescana dei poveri, e collaboratori di Padova giungono in cammino da Vicenza per testimoniare l’impegno anti-tratta – 07 feb. 2026
Ai Vespri con testimonianza del terzo giorno del triduo, cadendo di sabato, è seguita la Messa prefestiva della solennità di s. Bakhita.
Sr. Marvi (come da trascrizione audio) così si è espressa:
“Facciamo parte dell’Equipe del Progetto Miriam, una casa di proprietà in Padova, per donne vittime di tratta. Sono donne che hanno sperimentato sulla loro pelle quanto ha vissuto Santa Bakhita. Ancora oggi, nonostante ovunque e da tempo sia stata abolita come istituto giuridico, la schiavitù si ripresenta in altre forme, più perverse e subdole, e proprio per questo, anche più difficili da sradicare, come il traffico di esseri umani prevalentemente a scopo di sfruttamento sessuale, ma anche lavorativo.
Pensiamo a quanto il caporalato è diffuso anche qui nella nostra regione del Veneto. Altre forme di schiavitù moderne sono il lavoro forzato, i matrimoni forzati, la servitù domestica, l’accattonaggio.
In Italia la tratta di persone umane costituisce la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali, dopo il traffico d’armi e la droga.
Nell’Unione Europea, negli ultimi dieci anni, sono state registrate 83.000 vittime di tratta, queste sono quelle registrate, perché quelle non registrate non le sappiamo.
Ancora oggi il traffico umano per sfruttamento sessuale è quello prevalente, ma il traffico umano di sfruttamento nel lavoro lo sta praticamente eguagliandolo e ne sono vittime soprattutto ragazzi e uomini che vengono da tante parti del mondo, in particolare dall’Asia in questo momento.
Ecco, in tutto questo si inserisce Progetto Miriam, che è una realtà piccola ma significativa nella lotta contro questi meccanismi perversi che violano la libertà e la dignità umana.
Il Progetto Miriam nasce nel 1998 in seguito all’appello dell’allora vescovo di Padova, Monsignor Antonio Mattiazzo, che si rivolse alle congregazioni femminili religiose proprio nel giorno della vita consacrata, e disse, e chiese, abbiamo bisogno di donne che si prendano cura di altre donne che si trovano in situazioni di grave disagio, immigrate e mamme con bambini.
Questo appello ha raggiunto il cuore del nostro carisma. In effetti la nostra fondatrice Francesca Schervier cominciò la sua esperienza nel 1845 in Germania, con le prime compagne, accogliendo in casa delle giovani prostitute che decidevano di cambiare vita.
Così è iniziato Progetto Miriam, offrendo alle donne, che alla fine degli anni Novanta erano sulla strada, un percorso di protezione e di integrazione sociale in un luogo sicuro dove sentirsi accolte, sostenute e accompagnate nel cammino difficile verso l’autonomia.
E in questi anni, in questi 28 anni, dal Progetto Miriam sono state accompagnate e accolte 340 donne.
I percorsi offerti prevedono, innanzitutto, la regolarizzazione dei documenti, senza cui non si può fare nulla.
Poi l’accompagnamento per la salute, l’accompagnamento legale, lo studio della lingua italiana e, per chi riesce, il conseguimento almeno della terza media in modo da potersi poi iscrivere a dei corsi di formazione. Segue quindi la partecipazione a un laboratorio occupazionale, che offriamo nella stessa sede del Progetto Miriam, laboratori che aiutano ad acquisire delle capacità o perfezionano quelle che potenzialmente già ci sono. Si persegue anche l’avviamento al lavoro e la costruzione di una rete sociale sana, grazie alla collaborazione di un bel gruppo di volontarie.
In questi ultimi anni abbiamo dato impulso al laboratorio occupazionale, aprendolo anche a donne che non sono accolte dal Progetto Miriam, ma che vengono da fuori per partecipare a queste attività. Le proposte diventano così un luogo di socializzazione in cui le partecipanti possono anche imparare a parlare italiano, perché tante donne immigrate non sanno parlare la nostra lingua, conoscenza necessaria per trovare lavoro.
Le partecipanti possono, soprattutto, apprendere una manualità, fare delle cose belle e trovare anche in questo la soddisfazione di cominciare a essere protagoniste della loro vita. Attraverso una borsa lavoro ricevono anche un contributo finanziario.
Abbiamo sei posti al Progetto Miriam, in questo momento abbiamo tre donne seguite da un’equipe di operatrici, donne che si prendono cura di altre donne, proprio come disse a suo tempo Monsignor Mattiazzo.
Fra operatrici e ospiti in questo momento siamo di otto nazionalità e di tre continenti diversi; è un ambiente interculturale, una bella sfida che apre gli orizzonti, apre la mente, apre il cuore.
Ogni donna arriva da noi con un bagaglio pesante di dolore e di umiliazioni. Noi assistiamo al miracolo di vederle rinascere, rifiorire, acquistare fiducia per rimettersi in gioco.
Impariamo da ciascuna una grande capacità di resilienza, malgrado le storie terribili da cui arrivano. Vediamo il loro aprirsi alla speranza e gioire delle piccole cose. Cerchiamo di essere balsamo per delle ferite grandi che, poco per volta, si rimarginano, grazie alla presenza, all’ascolto, alla vicinanza, all’accompagnamento, all’incoraggiamento.
Vorrei concludere dando voce a una delle donne che è stata con noi fino a tre giorni fa, quando ha concluso il suo percorso di 18 mesi.
La chiamerò Sara. Sara ha qualcosa a che fare con Santa Giuseppina Bakhita.
Perché? A Progetto Miriam abbiamo una piccola cappella e in questa cappella c’è l’immagine di Santa Bakhita perché Santa Bakhita è la nostra protettrice.
Quando è arrivata, Sara ha subito adocchiato la cappella e ci ha chiesto di poter pregare in quel luogo anche se non era cristiana e glielo abbiamo certamente permesso. È stato così che per 18 mesi si è inginocchiata, mattina e sera, proprio sotto l’immagine di Santa Bakhita. Ci ha chiesto chi fosse.
Glielo abbiamo spiegato e per lei è stata una compagna di cammino, come Santa Bakhita, anche Sara, ha veramente trovato il coraggio per ricominciare e per andare avanti.
Ascoltiamo Sara:
“Stavo vivendo una situazione molto difficile quando mi hanno offerto l’opportunità di venire al Progetto Miriam. Mi hanno detto: “Lì ti aiuteranno per tutto ciò di cui avrai bisogno. Avrai del tempo per te. Sarai come a casa tua”.
Sono arrivata qui senza abiti e medicine, ero bloccata, avevo tanta paura. Non parlavo e non capivo la lingua italiana. Il mio corpo era pieno di dolore. Avevo tanto mal di testa. Non riuscivo a dormire. Avevo paura di essere toccata. Non conoscevo nessuno, perché fino allora ero stata rinchiusa. Arrivare qui è stata la mia fortuna. È cambiata la mia vita. Senza questa casa io sarei morta. Per la prima volta potevo uscire, salire su un tram, andare al mercato, imparare come si paga alla cassa di un negozio.
Ho imparato molte cose. Prima io non sapevo come comportarmi con persone di cultura diversa. Adesso so come presentarmi, come parlare. Tutte le persone che ho incontrato mi hanno aiutato come se fossi della loro famiglia. Le volontarie mi hanno dato lezioni di italiano. Dopo pochi giorni, ho iniziato a dire le parole più facili. Ero molto contenta. Poi ho iniziato a frequentare la scuola media per stranieri e, grazie al loro aiuto, ho superato l’esame di terza media. Anche le compagne mi hanno aiutato.
E io ho cercato di fare lo stesso con le nuove che sono arrivate dopo di me. Ho ricevuto tante cose che non avrei mai pensato. Ora ho un titolo di studio.
Ho documenti regolari. Conosco le strade. Il mio corpo sta meglio. Anche la mia famiglia è molto grata per tutto il bene che ho ricevuto qui.
Spero di realizzare i miei sogni. Prendere la patente di guida. Fare un corso di formazione professionale. Trovare un lavoro stabile per poter far arrivare mio figlio qui da me. Desidero dire “mille grazie” a tutte voi.
Siete molto importanti per me. E so che posso contare su di voi. Questo mi incoraggia per il futuro.
Grazie mille.

